Location urbana: una ricerca per la fotografia

Chi ama fare Fotografia, anche vivendo in una piccola città come Reggio Emilia, ha quasi l’obbligo di innamorarsi delle locations urbane, vero spunto per ritratti ambientati sempre diversi e stimolanti. Bisogna saperle vedere ed anche un po’ interpretare. Certo esiste il buon vecchio fondale da studio e le luci offrono mille possibilità in più ma guardarsi attorno è un esercizio importante e molto produttivo.

Personalmente non amo le grandi ville infiocchettate, le piscine immacolate ed i prati in fiore. Molto meglio cimiteri di auto oppure, come in questo caso, un vecchio ponte in ferro che ancora saltuariamente vede passare un vecchio trenino locale.

L’occasione è l’idea di fare qualche scatto a Teresa, l’attrezzatura necessariamente leggerissima per un reportage veloce ed avendo già ben chiare le idee da sviluppare.

Un’unica macchina, la contax 645 con un’unica ottica zeiss il 140mm f.2.8 diaframmato a 5.6 con un tempo di 1/60 di secondo, iso 50, lettura con esposimetro separato sekonic. Una sola lettura e una sola impostazione, poi via.

Teresa è brava a cogliere il senso del posto, pur non essendo una professionista (ed ancora giovanissima) mi risparmia gli inutili sorrisi che non avrei voluto, concentrandosi piuttosto su di un viaggio tutto suo fatto di grinta e voglia di mettersi in gioco.

La scelta di scattare sempre in controluce, aiutato solo da un pannello riflettente lastolite (lato bianco x non rovinare la temperatura colore della scena) e dal solito monopiede manfrotto, richiede un po’ di attenzione in più per non rovinare tutto con eccessive bruciature che con questi contrasti spesso rovinano il gioco. (ma lo sapete che molti ancora credono che le foto vadano fatte mettendo il soggetto col sole sparato in faccia? Se siete tra quelli…fate una prova senza…)

In questi casi il paraluce è doveroso perchè non risolve tutto in assoluto ma evita eccessive invadenze di luce nell’obiettivo.

Il punto di vista è abbastanza basso per esaltare la geometria delle forme ed il medio tele concentra l’attenzione sul soggetto, volutamente decentrato, con un morbido fuori fuoco. Anche per questo personalmente amo tantissimo il mirino a pozzetto rispetto al più tradizionale mirino con pentaprisma

Pochissima postproduzione, solo un leggero aumento del contrasto giocando coi livelli per recuperare un po’ della fatica richiesta da un controluce con quasi 4 stop di differenza tra le zone in luce e quelle in ombra.

Tutto ciò mi porta ad alcune semplici considerazioni:

  • in fotografia non bisogna mai esser pigri (quindi è importantissimo cercare punti di vista differenti dal solito con la macchina davanti al naso, molto meglio sdraiarsi a terra tante volte)
  • anche se il digitale offre molte possibilità di recuperare esposizione e colore è sempre meglio cercare scatti perfetti come se ancora si lavorasse in pellicola diapositiva e la densità fosse ancora difficilmente recuperabile dopo lo scatto, quindi attenzione all’esposizione
  • per condizioni di luce come queste è assolutamente bandito l’uso del jpeg, si lavora in raw postproducendo possibilmente a 16 bit
  • qualche volta anche un “errore” come un’invadenza di luce marcata come questa produce un effetto piacevole, conferendo quel pizzico di imprevedibilità agli scatti
  • per tutto il resto non amo invece improvvisare, credo ancora che prima si debba imparare a fare foto ferme per poi passare al mosso, nitide prima di lanciarsi nei fuori fuoco artistici e così via.

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